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12 luglio 2013 5 12 /07 /luglio /2013 20:05

Ogni sguardo, sempre.

Ogni pensiero e parola, sempre.

Divenire,

un sussulto di vento dall'est.

Profuma di estate

e di spighe di grano.

Possiede il sapore arido

del mese di luglio

e della terra seccata dal sole.

Divenire,

queste nubi che scorrono

irrequiete, laddove le certezze

posavano i loro semi.

Rosso come un papavero

in mezzo ad un campo,

si bagna di blu oceano,

tra ombre e sorrisi,

tra lacrime e sogni.

Come una nota abbandonata,

come tabacco sfregato su carta.

Divenire,

il suo essere.

Divenire,

il suo amore.

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24 maggio 2013 5 24 /05 /maggio /2013 13:42
Campi a maggese

Capivo il mutamento del vento

nella corteccia che crollava,

frantumandosi in pezzi

disciolti in un fiume

di sangue abbandonato

nell'involucro morto

di un cestino di spazzatura.

E la luce,

all'improvviso zittita

da carta stampata,

accecava occhi di castagno.

Erano vie in tempesta,

grida di silenzio,

quei tumulti distorti

che ancor ora s'innalzano,

d'improvviso,

gettando pianti al suolo.

Il tempo,

si dice.

Il tempo dalle mani celate

sotto rocce interiori,

sboccia come margherite

su campi incolti

lasciati a maggese.

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22 marzo 2013 5 22 /03 /marzo /2013 13:09

...

Dacchè le tenebre si sono schiuse

e le candele discolte,

la luna sai, non sarà più eguale.

E di quelle ore appannate

e nella neve acasciate,

ne rimane solo un frammento.

 

L'odore inteno dei baci di caffè

e delle carezze al tabacco,

giace come inchiostro indelebile

su questa pagina sbiadita.

Fredda è la notte

che hai saputo scaldare.

Come il cuore muto

di un gabbiano d'inverno;

come il molo scheggiato,

di un pomeriggio di temporale.

 

Ora è il tramonto

su questa panchina sfregiata.

Il rumore che sale e che scende

in un dolce cullare di sogni proibiti,

tramonta con il sole

e con la notte dei giorni.

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12 marzo 2013 2 12 /03 /marzo /2013 17:07

Si lasci scorrere questo fiume in secca,

dacché la pioggia si è ritirata;

e di quelle schiarite, ora usurpate

da porpora sciolta, ne rimangono

solo frammenti di carta

gettati al vento,

un pomeriggio di marzo.

Credere che fossero note di corde,

vibrazioni di un tempo lontano,

ora, pare sì improbabile.

Scriveva la penna su fogli strappati,

la vera paura,

l'ignoto di un passo nel vuoto.

E adesso che la primavera vola

gabbiana sul molo,

non vi è sorriso a lenire

quello scorcio, un tempo avvolto

da fantasmi dissolti in quest'inverno

sepolto nell'ormai silenzio.

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19 dicembre 2012 3 19 /12 /dicembre /2012 11:22

Talvolta il tempo si ferma, lasciando in noi la possibilità di respirare almeno per un'istante.

Il colore dei campi dinnazi, è di un verde congelato come i ricordi lasciati sfuocare nel corso degli anni. Gennaio si avvicina e con esso il peso leggero d'una piuma di quello che sai, prima o poi dovrai affrontare. Ma sedendo su quella terra e respirando quella stessa aria che un tempo, sai per certo, è stata anche la sua, ebbene fai fatica. Ripensi con fermezza a quel viale di cipressi giù per il colle, rivedi l'entrata di quel luogo dove la gente, si sa, va a salutare le anime volate via. E facendo tornare alla mente quelle care signore col velo, che dinannzi all'entrata s'inginocchiano e si fanno il segno della croce, tu piangi, fragile ragazza che dinnanzi alla vita, stai cercando ancora te stessa.

Ricordi, tornano alla mente. Come la nonna, piccola e gobba con quelle sue gambe ormai stanche, che cammina tra quelle lapidi bianche illuminate dal sole invernale. Prende il suo innaffiatoio di un azzurro sbiadito e sbeccato, e si dirige laddove tu non riesci ad andare. La vedi, nei tuoi desideri, ad innaffiare le piante dentro quella cappella. Mentre tu, codarda, rimani dietro le sbarre di ferro battuto, con le lacrime agli occhi.

Il tempo. Che crudele alleato.

Eppure, malgrado gli anni scorrano e questi campi cambino, quella voce narrante di fiabe infantli, la senti. Ancora. E vivida, forte, presente. Come quell'abbraccio prima del disastro, laddove tu, bambina felice, sedevi su quelle gambe ridendo, mentre le carte dinnanzi a te veninavo gettate al centro del tavolo con un eco di "ah, varda lì. Asso!". 

Allora per un'istante ti perdi in quel nero petrolio che un tempo fu sguardo di roccia. E lì rimani, sospesa, sperando che malgrado tutto, lei sia fiera di te, di come donna stai crescendo. Sognando che quel suo sguardo ti veda e ti perdoni gli errori, mentre quelle mani, un tempo perse sui tasti della macchina da scrivere, ti accarezzino ancora il viso bagnato delle lacrime di piccoli e grandi dolori e delusioni.

Un giorno ce la farai, ti dice una voce in fondo al cuore. Sì, un giorno, ripeti. Un giorno riuscirai a varcare quelle grate di ferro, e allora avrai il coraggio di lasciare andare questo dolore, che malgrado lo scorrere del tempo, ancora ti fa tremare.

IMG_3120.JPG

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19 ottobre 2012 5 19 /10 /ottobre /2012 11:10

...

 

Era un profumo intenso di rabarbaro quello che saliva, aggrovigliandosi in un vortice di sentimenti, piccoli frammenti ardenti di vita propria, verso il marmo di questo ingegno, fragile marchingegno le cui parole non portavano il gusto salato del loro essere. Era uno scoppiettare di fiaccole al chiaro di questo plenilunio oscuro, un vibrare di corde di violino che forti, che esili, volteggiavano libere. E pareva, in questo scroscio di onde sul mare dell'infinito sentimento del sublime, che il vento innalzasse i sospiri di questo calore interno, mondo eterno di fragili speranze e desideri. Vivida la strada dinnanzi, nebbia che si diramava lasciando spazio al sogno di un cristallo abbandonato, dietro le sponde dell'inconscia paura. Nitido, chiaro, desiderato: un sogno.

Cadeva questo fragile frammento di vita, e si spaccava, e si perdeva in mille pezzi. “Il lago, fammi vedere il lago”, diceva quella voce, tragico nastro di raso caduto tra le rocce di questo mondo crudele. E lui, che un tempo era stato suo, l'aveva presa in braccio dopo averle tolto quelle spine conficcatele nelle braccia. Le aveva messo la sua vestaglia di seta blu d'oltremare e l'aveva portata laddove un volta, vivace farfalla colorata, aveva gioito e corso per quelle sponde sassose e bagnate. Quella luce, prima di un bianco chimico da nausea, poi fresco e caldo, coperto di scie bianche di consistenza nebulosa, abbracciavano quella pelle un tempo di rosa, ora pallida e trasparente. “Le rondini...”, aveva sussurrato quell'anima sfuocata, mentre quelle braccia che ripensava, un tempo l'avevano avvolta con forza mentre il suo essere si diramava in lei con lievi sospiri e mentre quelle dita, che anni or sono le avevano sfiorato le carni in un sussurro di parole languide, ora la reggevano. Oh, erano fragili frammenti, quelle foglie di carta ormai appassite, un tempo fiorite sotto la pioggia di un attimo che non sarebbe tornato. Era un lampada soffusa in una stanza dai colori terrosi, era un lenzuolo morbido accartocciato in fondo al letto, era un paio di scarpe abbandonate sul tappeto con velocità. Erano libri sui comodini, erano carte scritte a china su quel letto in ferro battuto nero, ed era quel soffitto dipinto di colori che non riusciva a riconoscere. Ricordi, piccoli albori conservati in una scatola di latta dai colori chiari. Ricordi... trascinavano lacrime fuori dall'anima e le gettavano su un viso sciupato ormai, i capelli morti, le labbra secche, lo sguardo fragile. Un tempo, pensava mentre sentiva la cintura di sicurezza avvolgerle la vita, era tutto così diverso. Un tempo lei era bella nella sua naturale freschezza, ed era forte ed era calda sotto quelle vesti che lui aveva assaporato ardendo di desiderio.

Adesso ti porto al lago”, aveva sussurrato quel ragazzo, ormai uomo. Si era passato le mani nei capelli neri come la pece, come faceva sempre, e nel farlo aveva sospirato tremando. Quella donna al suo fianco, fragile, senza più un filo di carne grassa, spenta, profumava ancora di rabarbaro ed emanava quella forza d'animo che l'aveva sempre avvolta con quella sua punta d'orgoglio che pareva urlare al mondo che sì, ella non era come tutte, lei era lei. L'aveva amata e poi abbandonata, e ora, priva di quella freschezza giovanile, ormai senza più un punto di ritorno, guardandola così dolce mentre i suoi enormi occhi da cerbiatto osservavano il sole con le lacrime agli occhi, pensava che sì, l'aveva amata, ma non l'aveva dimenticata. Quel brivido, che ora sentiva scaricargli addosso un senso di nausea ed eccitazione, ebbene quel brivido era ancora lì a incidere sulla pietra l'immensità e l'infinità di quel sentimento che lui, stolto uomo di cultura, non aveva voluto riconoscere. Accettare una donna allora pareva uno scempio, ma adesso che il tempo scorreva e giungeva al termine, guardare quella stessa donna, senza i suoi sinuosi capelli, la pelle gracile e trasparente, le labbra secche e bianche, ebbene, adesso come mai prima di allora, sentiva che l'amava. E quelle labbra secche, sapeva, sentiva, erano sue e voleva oltraggiarle. E voleva baciarle, e voleva possederle ancora.

Ma era inverno nel corpo di quella piccola anima malata, e non ci sarebbe stato un ritorno di primavera, non per lei.

La macchina sfilava accanto alle altre, mentre il caldo dell'asfalto si diramava nell'aria offuscandola. E poi, cauta e silenziosa, si fermava in una strada sterrata. Ricordava, or ora, in quel luogo lei aveva scattato delle foto che poi aveva appeso sul suo letto ad uno spago, con quelle mollette di legno colorato. E aveva sorriso, affascinante con i capelli raccolti da una sciarpa di seta azzurra, e aveva urlato al lago, avvolta nel suo cappotto verde militare, e aveva sorriso di nuovo. Vivace, forte e imponente nella sua piccolezza. Ma ora che erano trascorsi gli anni, la vedeva scendere dall'auto da sola, tremando e non c'era sorriso a dipingerle il volto. Solo uno sguardo intenso che pareva ingrigirsi più i minuti passavano. Lui aveva preso la sua giacca e con un abbraccio l'aveva avvolta, proteggendola dal freddo settembrino. Poi, timido, aveva posato le sue labbra sul suo capo nudo. E non c'era sorriso a dipingerle il volto. Le labbra si erano piegate in quell'attimo, e con forza trattenevano un dolore che voleva traboccare con rabbia in lacrime amare. Ma lui l'amava, e voleva baciarla ancora, e voleva viverla ancora. “I miei capelli”, aveva sussurrato quella creatura, “i miei bellissimi capelli...”. Poco gli importava se non possedeva più quella chioma sinuosa, quei sentimenti intramontabili pulsavano ancora con veemenza. Posò ancora le labbra sul suo capo e sfiorandole le guance con le mani, l'aveva guardata dritto negli occhi. Erano parole non dette, quelle che fuoriuscirono da quello sguardo. E il silenzio che come una cornice adornava quelle frasi mute, profumava di tempi passati, che mai più sarebbero tornati indietro.

E quando esile, lei danzò ondeggiando passi silenziosi verso la battigia e immerse i piedi scalzi in quell'acqua fredda, un lieve sorriso adornò quel suo viso fragile. Un breve attimo di gioia che la sorprese. Lui la guardava da lontano e ne ammirava la grazia, e ne imprimeva la bellezza e il calore. La osservava mentre immergeva le mani nell'acqua rischiarata dalla luce di un tramonto settembrino. La imprimeva nella memoria, mentre innalzava le braccia al cielo per poi aprirle verso il mondo. Un abbraccio quello, che sapeva di cosmico, di mistico, di infinita devozione. Ed ella sentiva che il calore che portava nel cuore, fuoriusciva lentamente per poi disperdersi nell'immensità di quella natura che la circondava. L'acqua ticchettava sui ciottoli della spiaggia, e il vento tesseva disegni sul suo viso. “E così sia”, sussurrò con un filo di voce spezzata. Si era poi seduta, lo ricordava. E lui, traballando sotto il suono di quel profumo di rabarbaro, aveva camminato verso quella creatura, per poi sedersi accanto a lei. “Abbracciami”, aveva sentenziato con voce ferma, come fosse un ordine. “Certo...”, aveva sussurrato lui con dolcezza, mentre un sorriso colmo di pagine già scritte adornava il suo viso di uomo duro. La sua testa calva si era posata con delicatezza al suo petto e nel baciarla nuovamente, gli tornava in mente il profumo che avevano quei suoi capelli ribelli, un tempo folti e morbidi come seta. “E' difficile pensare che non vedrai come sarà domani. Fa male, fa tanto male”, aveva cominciato a dire fissando lo sguardo dritto negli occhi di lui e posando quella mano affusolata sul petto. “E' peggio del cancro questo dolore atroce che ti spinge a pensare e a riflettere che non ci sarà un futuro”. E quella mano candida che premeva sul quel petto esile, si bagnava di lacrime fragili. “Non rimpiango nulla nella mia vita se non di non poterci essere un domani, per mio figlio... per nostro figlio. Ho avuto una vita meravigliosa e sono orgogliosa di essere quello che sono. Ma ho paura, ho paura di svanire, di morire. Amo troppo questa vita e questa terra per lasciarla...”.

 

Il signor Marzio sbatté le palpebre umide. Quelle sponde colme di ciottoli e sassi erano dinnanzi a lui e quel tramonto che tingeva il cielo di colori vividi e vivaci, era lo stesso di un tempo. Il suono di quelle parole sussurrate debolmente, era un macigno che pesava con grazia sul cuore. “Torna” pensava, mentre le mani si liberavano dei guanti di lana e si immergevano in quell'acqua fredda, ghiacciata, invernale. “Torna da me”.

 

 

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7 settembre 2012 5 07 /09 /settembre /2012 12:10

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20 agosto 2012 1 20 /08 /agosto /2012 14:17

Questa nebbia... avvolge l'anima in una stretta che non lascia respiro. E il fuoco che brucia dentro, è un cancro velenoso che non da spazio alla pace. Ah, se solo si potesse tornare a quel giorno lontano, in cui le braccia aperte al mondo, erano avvolte da un vento fresco. Era un alito di vita quel dolce sentire, smuoveva le spighe di grano, là, in quel campo che cantava nel suo sacro silenzio.

Ma la certezza è morta, lentamente, mentre la vita ha cambiato i quesiti. E' una fiamma ardente questa ribellione nell'anima. E' una rotta remota che spinge il cuore a lasciare il porto e a prendere il largo verso un orizzonte di incertezze. Il tempo scorre a rilento. E le lacrime, timide gocce di paure infantili, lasciano spazio alla roccia di uno sguardo che sfida il mondo. 

Tace quella rosa che sapevi, sarebbe stata eternamente tua, e tace il verbo sotto una decisione che toglie luce e vita a questo fiore abbandonato. Disse la volpe al bambino: "L'essenziale è invisibile agli occhi. E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante". 

Che perdoni questo fiore, questo rarissimo e bellissimo fiore; che perdoni il bambino per aver deciso di prendere il largo, abbandonando così un porto sicuro. Che perdoni, questa rosa di colore oltremare, l'egoismo e l'anarchia che ha spinto questo fanciullo dai capelli color del grano, ad allontanarsi, lasciando tutto ciò che si era costruito insieme. 

E muore la voce sotto il peso di questa realtà. E l'anima graffia il cuore, mentre un sospiro di emozioni avvolge un silenzio che pare infinito. "Perdonami", dice il bambino mentre volta le spalle alla sua rosa. "Perdonami se ti abbandono". Lo zaino sulle spalle, pesa. Ma non importa. "Perdonami, ma lasciami andare". La rosa, protetta dalla sua campana di vetro, osserva il fanciullo partire. E piange, silenziosa, mentre un petalo cade, sfiorando il suolo.

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21 luglio 2012 6 21 /07 /luglio /2012 19:34

 

I tuoni rimbomano nell'aria che odora di umido e bosco. Il cielo si aggroviglia in onde grigie e nere, e il vento accarezza le foglie degli alberi, strappandole dolcemente dal loro nido, e trasportandole lontane, giù per la strada di ciottoli rossi. Il silenzio che avvolge il mondo in un abbraccio timido, tinge quel volto di fresco. E le gocce, prima rare, poi pressanti, bagnano quell'anima delusa e arrabbiata che se ne sta sotto la tempesta a sospirare silenziosamente la propria rabbia verso il mondo. Le palprebre socchiuse, pulsano vivaci. Si muovono irrequiete sotto quel rosa candido bagnato di nero.

-Respira- si dice mentre nel buio della cecità ripensa a tutto ciò che aspramente si porta appresso. -Respira e non lasciare che le avversità minino il tuo stato d'animo-. Ma è inutile. Quel cancro velenoso raschia lo stomaco che si restringe in una stretta. E' salato. E' aspro. Spinge la pazienza a graffiare il viso in lacrime amare. Lacrime che si disperdono sulla camicia sporca d'inchiostro.

-Basta!-. Un grido gettato nel vuoto del corpo, involucro pesante che ora, sotto la pioggia selvaggia, la intrappola a terra. Basta portare pazienza quando non vi è rispetto. Basta tacere quando l'erbaccia approfitta del terreno fertile per crescere. Basta chiudere gli occhi dinnanzi ad uno scempio che prende vita. Basta.

Il cielo si rivolta in rigoli di lacrime incessanti e un nero pece strappa la luce giornaliera, gettando il mondo nel buio. Ma lei rimane radicata al suo posto. Il viso duro come pietra, le sopracciglia incurvate in ali di gabbiano nere e folte, i denti stretti sotto quelle labbra sottili, ferme, autoritarie. I capelli, ribelli, si inzuppano di acqua piovana, mentre immobile, sente la pelle graffiata dalle foglie trasportate dalla tempesta. Mentre i piedi, scalzi, sono sommersi di fango e sassi che scorrono incessanti sulla strada sterrata. Ma lei non ha intenzione di muovere un solo passo. Non ora. Punta l'orizzonte come una statua di marmo, osservando il mondo da dietro le palpebre socchiuse, e annusando il tumulto della natura. Quell'irrequieto stato d'animo che condivide. Una sensazione di forza e di ribellione che si espande come inchiostro sulla purezza dell'azzurro della serenità. Un sentimento di rabbia e furore che si amalgama con la purezza della pazienza e della forza d'animo. -Non cedere-, ripete a se stessa mentre le mani si stringono in pugni d'acciaio. -Non cedere-. Ripete affondando le unghie nel palmo delle mani.

Un tuono rimbomba nell'aria, preceduto da un lampo che come un faro illumina il nero della notte. In quell'attimo, quegli occhi imperturbabili si spalancano ferocemente, fissando con aria ribelle il paesaggio dinnanzi. Le ciglia, immobili, piangono rabbia in quel silenzio che odora di sfida. Nessun passo indietro. Nessuna incertezza. Rimane solo l'eccitazione dinnanzi al profumo della sabbia dell'arena dove vita e morte si stano per scontrare. Un arena che lei chiama Mondo.

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26 giugno 2012 2 26 /06 /giugno /2012 11:50

Il vento graffiava gli occhi, spazzando via quelle lacrime di fragilità. E qualche ciuffo di capelli ribelli si aggrovigliava davanti agli occhi umidi di storie e dolori. Dov'era la pace che aveva sempre cercato, si domandava, strofinando il dito contro le palpebre e portandolo poi alle labbra, solo per poter sentire il gusto salato delle lacrime. Alzarsi ogni mattina e ripetere la solita routine, il lavoro, lo studio, l'appartamento del fidanzato, i conti da pagare, i soldi da trovare, l'assicurazione, e le bollette; e lui, lui che lavorava e si stressava, e piangeva di nascosto, la notte, nel suo piccolo appartamento in via Pasteur. Dove eravamo finiti, dove eravamo arrivati... Il tempo, pensava mentre alzava il volume della musica in macchina, il tempo ormai non esisteva più. Si viveva per forza di abitudine e ci si perdeva sempre più le piccole cose della vita. Mai a fermarsi un attimo, mai a respirare un secondo. "Fermiamoci a guardare quella casa abbandonata", chiedeva sempre. Ma no, non si poteva, perché come diceva lui, non era il momento. Non ci si poteva fermare a lato della strada con la macchina e guardare, o avvicinarsi a quella casa diroccata con la quercia sradicata accanto. Era impossibile, perché non c'era tempo o perché non si poteva. Così come non si poteva andare al ritorante e ordinare un secondo e dell'acqua naturale, o così come non si poteva andare al bar e sedersi con gli amici ed essere l'unica a non ordinare da bere. Perché bere se non si aveva sete? Perché mangiare se non si aveva fame? Non si poteva. Non c'era tempo. Sempre le stesse risposte.

Janis Joplin urlava "Cry Baby" alla radio, e fuori il sole splendeva e c'era caldo. Lei urlò, stonata. Gridò i suoi pensieri pesanti come macigni, in quel "cry baby", e le lacrime cominciarono nuovamente a scendere, graffiandole il viso stravolto. Le macchine sfilavano veloci accanto alla sua, in tangenziale, l'afa si alzava agli stop, i clacson vibravano forti all'orecchio, i segnali stradali si susseguivano nei loro colori, verde, azzurro, rosso e bianco. E l'asfalto si sfuocava di calore, mentre il cemento e il metallo a lato della strada, parevano schiacciarla in una stretta mortale. Verde, pensava, verde, verde, verde! E ripiangeva il viale di cipressi, ormai tagliati perché malati, a Corte Guastalla, e ripensava con nostalgia a quella volta che era corsa in quel campo di grano verde e giovane, accarezzato dal vento e dal sorriso della spensieratezza. Quella distesa infinita... Aveva sfiorato le punte delle spighe di grano giovani con il palmo della mano, aveva sentito il terreno secco sotto i suoi piedi e quel pizzichìo fastidioso sui polpacci. Si sentiva in pace, allora. Leggera mentre spalancava le braccia e alzava il volto verso il cielo. Perduta in quella distesa di grano, libera da ogni pensiero, felice pur non possedendo nulla se non un panino nella tasca dei pantaloni. Verde... Ripetè abbassando il volume della musica. Le mancava. Le mancava tremendamente. Quella libertà, quella pace interiore...

Ma la società, come diceva Friedrich, ti portava a odiare gli uomini. E lei li stava odiando. Loro, con le loro frasi, i loro planning e la loro frenesia. No, si disse. No! Basta società, basta uomini, basta frasi, basta parole, basta incomprensioni e cattiverie, basta tutto. Svoltò a destra, percorse una strada sterrata che durante il suo passaggio si riempì di un polverone opaco. Spense la macchina sotto una quercia secolare e scendendo, sfilò le ciabatte rabbiosa, lanciandole sul sedile. Non chiuse nemmeno la serratura, semplicemente corse sul colle di corte Guastalla, trascinando i piedi rabbiosa, come se volesse liberarsi da quelle catene invisibili che la trattenevano. Passando accanto ad un albero, posò con forza la mano sul tronco, solo per poter sentirne la ruvidezza. Sbuffò, imprecò e poi, giunta sopra quella collina verde piena di alberi, laddove risiedeva il piccolo capitello che nessuno capiva, stette ferma, in silenzio. I jeans corti le graffiavano le cosce sudate, la maglietta, spinta dal vento, le si appiccicava alla pancia. E quei capelli ribelli, si aggrovigliavano in maniera insensata, le andavano negli occhi, le coprivano la vista per un istante e poi scappavano via. Silenzio. Solo il suono dolce dei rami che danzavano sinuosamente, solo il profumo di corteccia e di erba selvatica. 

Istintivamente smise di piangere, il viso impietrito, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Basta. Non ce la faceva più. Voleva volare via e abbandonare tutto. Era troppo. La situazione difficile del paese, la disoccupazione, il lavoro saltuario, le prospettive tagliate, le mille tasse da pagare, gli studi, tutto. "Ho solo vent'anni", urlò dentro sè stessa. Solo vent'anni, ripetè chiudendo gli occhi. Solo vent'anni. 

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  • Beatrice Zoccatelli
  • Camminare all'aperto, di notte, 
sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)
  • Camminare all'aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)

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