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19 ottobre 2012 5 19 /10 /ottobre /2012 11:10

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Era un profumo intenso di rabarbaro quello che saliva, aggrovigliandosi in un vortice di sentimenti, piccoli frammenti ardenti di vita propria, verso il marmo di questo ingegno, fragile marchingegno le cui parole non portavano il gusto salato del loro essere. Era uno scoppiettare di fiaccole al chiaro di questo plenilunio oscuro, un vibrare di corde di violino che forti, che esili, volteggiavano libere. E pareva, in questo scroscio di onde sul mare dell'infinito sentimento del sublime, che il vento innalzasse i sospiri di questo calore interno, mondo eterno di fragili speranze e desideri. Vivida la strada dinnanzi, nebbia che si diramava lasciando spazio al sogno di un cristallo abbandonato, dietro le sponde dell'inconscia paura. Nitido, chiaro, desiderato: un sogno.

Cadeva questo fragile frammento di vita, e si spaccava, e si perdeva in mille pezzi. “Il lago, fammi vedere il lago”, diceva quella voce, tragico nastro di raso caduto tra le rocce di questo mondo crudele. E lui, che un tempo era stato suo, l'aveva presa in braccio dopo averle tolto quelle spine conficcatele nelle braccia. Le aveva messo la sua vestaglia di seta blu d'oltremare e l'aveva portata laddove un volta, vivace farfalla colorata, aveva gioito e corso per quelle sponde sassose e bagnate. Quella luce, prima di un bianco chimico da nausea, poi fresco e caldo, coperto di scie bianche di consistenza nebulosa, abbracciavano quella pelle un tempo di rosa, ora pallida e trasparente. “Le rondini...”, aveva sussurrato quell'anima sfuocata, mentre quelle braccia che ripensava, un tempo l'avevano avvolta con forza mentre il suo essere si diramava in lei con lievi sospiri e mentre quelle dita, che anni or sono le avevano sfiorato le carni in un sussurro di parole languide, ora la reggevano. Oh, erano fragili frammenti, quelle foglie di carta ormai appassite, un tempo fiorite sotto la pioggia di un attimo che non sarebbe tornato. Era un lampada soffusa in una stanza dai colori terrosi, era un lenzuolo morbido accartocciato in fondo al letto, era un paio di scarpe abbandonate sul tappeto con velocità. Erano libri sui comodini, erano carte scritte a china su quel letto in ferro battuto nero, ed era quel soffitto dipinto di colori che non riusciva a riconoscere. Ricordi, piccoli albori conservati in una scatola di latta dai colori chiari. Ricordi... trascinavano lacrime fuori dall'anima e le gettavano su un viso sciupato ormai, i capelli morti, le labbra secche, lo sguardo fragile. Un tempo, pensava mentre sentiva la cintura di sicurezza avvolgerle la vita, era tutto così diverso. Un tempo lei era bella nella sua naturale freschezza, ed era forte ed era calda sotto quelle vesti che lui aveva assaporato ardendo di desiderio.

Adesso ti porto al lago”, aveva sussurrato quel ragazzo, ormai uomo. Si era passato le mani nei capelli neri come la pece, come faceva sempre, e nel farlo aveva sospirato tremando. Quella donna al suo fianco, fragile, senza più un filo di carne grassa, spenta, profumava ancora di rabarbaro ed emanava quella forza d'animo che l'aveva sempre avvolta con quella sua punta d'orgoglio che pareva urlare al mondo che sì, ella non era come tutte, lei era lei. L'aveva amata e poi abbandonata, e ora, priva di quella freschezza giovanile, ormai senza più un punto di ritorno, guardandola così dolce mentre i suoi enormi occhi da cerbiatto osservavano il sole con le lacrime agli occhi, pensava che sì, l'aveva amata, ma non l'aveva dimenticata. Quel brivido, che ora sentiva scaricargli addosso un senso di nausea ed eccitazione, ebbene quel brivido era ancora lì a incidere sulla pietra l'immensità e l'infinità di quel sentimento che lui, stolto uomo di cultura, non aveva voluto riconoscere. Accettare una donna allora pareva uno scempio, ma adesso che il tempo scorreva e giungeva al termine, guardare quella stessa donna, senza i suoi sinuosi capelli, la pelle gracile e trasparente, le labbra secche e bianche, ebbene, adesso come mai prima di allora, sentiva che l'amava. E quelle labbra secche, sapeva, sentiva, erano sue e voleva oltraggiarle. E voleva baciarle, e voleva possederle ancora.

Ma era inverno nel corpo di quella piccola anima malata, e non ci sarebbe stato un ritorno di primavera, non per lei.

La macchina sfilava accanto alle altre, mentre il caldo dell'asfalto si diramava nell'aria offuscandola. E poi, cauta e silenziosa, si fermava in una strada sterrata. Ricordava, or ora, in quel luogo lei aveva scattato delle foto che poi aveva appeso sul suo letto ad uno spago, con quelle mollette di legno colorato. E aveva sorriso, affascinante con i capelli raccolti da una sciarpa di seta azzurra, e aveva urlato al lago, avvolta nel suo cappotto verde militare, e aveva sorriso di nuovo. Vivace, forte e imponente nella sua piccolezza. Ma ora che erano trascorsi gli anni, la vedeva scendere dall'auto da sola, tremando e non c'era sorriso a dipingerle il volto. Solo uno sguardo intenso che pareva ingrigirsi più i minuti passavano. Lui aveva preso la sua giacca e con un abbraccio l'aveva avvolta, proteggendola dal freddo settembrino. Poi, timido, aveva posato le sue labbra sul suo capo nudo. E non c'era sorriso a dipingerle il volto. Le labbra si erano piegate in quell'attimo, e con forza trattenevano un dolore che voleva traboccare con rabbia in lacrime amare. Ma lui l'amava, e voleva baciarla ancora, e voleva viverla ancora. “I miei capelli”, aveva sussurrato quella creatura, “i miei bellissimi capelli...”. Poco gli importava se non possedeva più quella chioma sinuosa, quei sentimenti intramontabili pulsavano ancora con veemenza. Posò ancora le labbra sul suo capo e sfiorandole le guance con le mani, l'aveva guardata dritto negli occhi. Erano parole non dette, quelle che fuoriuscirono da quello sguardo. E il silenzio che come una cornice adornava quelle frasi mute, profumava di tempi passati, che mai più sarebbero tornati indietro.

E quando esile, lei danzò ondeggiando passi silenziosi verso la battigia e immerse i piedi scalzi in quell'acqua fredda, un lieve sorriso adornò quel suo viso fragile. Un breve attimo di gioia che la sorprese. Lui la guardava da lontano e ne ammirava la grazia, e ne imprimeva la bellezza e il calore. La osservava mentre immergeva le mani nell'acqua rischiarata dalla luce di un tramonto settembrino. La imprimeva nella memoria, mentre innalzava le braccia al cielo per poi aprirle verso il mondo. Un abbraccio quello, che sapeva di cosmico, di mistico, di infinita devozione. Ed ella sentiva che il calore che portava nel cuore, fuoriusciva lentamente per poi disperdersi nell'immensità di quella natura che la circondava. L'acqua ticchettava sui ciottoli della spiaggia, e il vento tesseva disegni sul suo viso. “E così sia”, sussurrò con un filo di voce spezzata. Si era poi seduta, lo ricordava. E lui, traballando sotto il suono di quel profumo di rabarbaro, aveva camminato verso quella creatura, per poi sedersi accanto a lei. “Abbracciami”, aveva sentenziato con voce ferma, come fosse un ordine. “Certo...”, aveva sussurrato lui con dolcezza, mentre un sorriso colmo di pagine già scritte adornava il suo viso di uomo duro. La sua testa calva si era posata con delicatezza al suo petto e nel baciarla nuovamente, gli tornava in mente il profumo che avevano quei suoi capelli ribelli, un tempo folti e morbidi come seta. “E' difficile pensare che non vedrai come sarà domani. Fa male, fa tanto male”, aveva cominciato a dire fissando lo sguardo dritto negli occhi di lui e posando quella mano affusolata sul petto. “E' peggio del cancro questo dolore atroce che ti spinge a pensare e a riflettere che non ci sarà un futuro”. E quella mano candida che premeva sul quel petto esile, si bagnava di lacrime fragili. “Non rimpiango nulla nella mia vita se non di non poterci essere un domani, per mio figlio... per nostro figlio. Ho avuto una vita meravigliosa e sono orgogliosa di essere quello che sono. Ma ho paura, ho paura di svanire, di morire. Amo troppo questa vita e questa terra per lasciarla...”.

 

Il signor Marzio sbatté le palpebre umide. Quelle sponde colme di ciottoli e sassi erano dinnanzi a lui e quel tramonto che tingeva il cielo di colori vividi e vivaci, era lo stesso di un tempo. Il suono di quelle parole sussurrate debolmente, era un macigno che pesava con grazia sul cuore. “Torna” pensava, mentre le mani si liberavano dei guanti di lana e si immergevano in quell'acqua fredda, ghiacciata, invernale. “Torna da me”.

 

 

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  • Beatrice Zoccatelli
  • Camminare all'aperto, di notte, 
sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)
  • Camminare all'aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)

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