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26 giugno 2012 2 26 /06 /giugno /2012 11:50

Il vento graffiava gli occhi, spazzando via quelle lacrime di fragilità. E qualche ciuffo di capelli ribelli si aggrovigliava davanti agli occhi umidi di storie e dolori. Dov'era la pace che aveva sempre cercato, si domandava, strofinando il dito contro le palpebre e portandolo poi alle labbra, solo per poter sentire il gusto salato delle lacrime. Alzarsi ogni mattina e ripetere la solita routine, il lavoro, lo studio, l'appartamento del fidanzato, i conti da pagare, i soldi da trovare, l'assicurazione, e le bollette; e lui, lui che lavorava e si stressava, e piangeva di nascosto, la notte, nel suo piccolo appartamento in via Pasteur. Dove eravamo finiti, dove eravamo arrivati... Il tempo, pensava mentre alzava il volume della musica in macchina, il tempo ormai non esisteva più. Si viveva per forza di abitudine e ci si perdeva sempre più le piccole cose della vita. Mai a fermarsi un attimo, mai a respirare un secondo. "Fermiamoci a guardare quella casa abbandonata", chiedeva sempre. Ma no, non si poteva, perché come diceva lui, non era il momento. Non ci si poteva fermare a lato della strada con la macchina e guardare, o avvicinarsi a quella casa diroccata con la quercia sradicata accanto. Era impossibile, perché non c'era tempo o perché non si poteva. Così come non si poteva andare al ritorante e ordinare un secondo e dell'acqua naturale, o così come non si poteva andare al bar e sedersi con gli amici ed essere l'unica a non ordinare da bere. Perché bere se non si aveva sete? Perché mangiare se non si aveva fame? Non si poteva. Non c'era tempo. Sempre le stesse risposte.

Janis Joplin urlava "Cry Baby" alla radio, e fuori il sole splendeva e c'era caldo. Lei urlò, stonata. Gridò i suoi pensieri pesanti come macigni, in quel "cry baby", e le lacrime cominciarono nuovamente a scendere, graffiandole il viso stravolto. Le macchine sfilavano veloci accanto alla sua, in tangenziale, l'afa si alzava agli stop, i clacson vibravano forti all'orecchio, i segnali stradali si susseguivano nei loro colori, verde, azzurro, rosso e bianco. E l'asfalto si sfuocava di calore, mentre il cemento e il metallo a lato della strada, parevano schiacciarla in una stretta mortale. Verde, pensava, verde, verde, verde! E ripiangeva il viale di cipressi, ormai tagliati perché malati, a Corte Guastalla, e ripensava con nostalgia a quella volta che era corsa in quel campo di grano verde e giovane, accarezzato dal vento e dal sorriso della spensieratezza. Quella distesa infinita... Aveva sfiorato le punte delle spighe di grano giovani con il palmo della mano, aveva sentito il terreno secco sotto i suoi piedi e quel pizzichìo fastidioso sui polpacci. Si sentiva in pace, allora. Leggera mentre spalancava le braccia e alzava il volto verso il cielo. Perduta in quella distesa di grano, libera da ogni pensiero, felice pur non possedendo nulla se non un panino nella tasca dei pantaloni. Verde... Ripetè abbassando il volume della musica. Le mancava. Le mancava tremendamente. Quella libertà, quella pace interiore...

Ma la società, come diceva Friedrich, ti portava a odiare gli uomini. E lei li stava odiando. Loro, con le loro frasi, i loro planning e la loro frenesia. No, si disse. No! Basta società, basta uomini, basta frasi, basta parole, basta incomprensioni e cattiverie, basta tutto. Svoltò a destra, percorse una strada sterrata che durante il suo passaggio si riempì di un polverone opaco. Spense la macchina sotto una quercia secolare e scendendo, sfilò le ciabatte rabbiosa, lanciandole sul sedile. Non chiuse nemmeno la serratura, semplicemente corse sul colle di corte Guastalla, trascinando i piedi rabbiosa, come se volesse liberarsi da quelle catene invisibili che la trattenevano. Passando accanto ad un albero, posò con forza la mano sul tronco, solo per poter sentirne la ruvidezza. Sbuffò, imprecò e poi, giunta sopra quella collina verde piena di alberi, laddove risiedeva il piccolo capitello che nessuno capiva, stette ferma, in silenzio. I jeans corti le graffiavano le cosce sudate, la maglietta, spinta dal vento, le si appiccicava alla pancia. E quei capelli ribelli, si aggrovigliavano in maniera insensata, le andavano negli occhi, le coprivano la vista per un istante e poi scappavano via. Silenzio. Solo il suono dolce dei rami che danzavano sinuosamente, solo il profumo di corteccia e di erba selvatica. 

Istintivamente smise di piangere, il viso impietrito, le braccia abbandonate lungo i fianchi. Basta. Non ce la faceva più. Voleva volare via e abbandonare tutto. Era troppo. La situazione difficile del paese, la disoccupazione, il lavoro saltuario, le prospettive tagliate, le mille tasse da pagare, gli studi, tutto. "Ho solo vent'anni", urlò dentro sè stessa. Solo vent'anni, ripetè chiudendo gli occhi. Solo vent'anni. 

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  • Beatrice Zoccatelli
  • Camminare all'aperto, di notte, 
sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)
  • Camminare all'aperto, di notte, sotto il cielo silente, lungo un corso d'acqua che scorre quieto, è sempre una cosa piena di mistero, e sommuove gli abissi dell'animo... (Herman Hesse)

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